martedì 8 maggio 2012

Non è impossibile


Capita, a volte, capita.
Sì: capita che per caso, con la mente assorta, i muscoli tesi, l’espressione assente incontri – incroci – ti imbatti in una di quelle persone di cui senti parlare da sempre ma che non hai mai visto prima.
E non hai il tempo, il modo, la voglia di sovrapporre le informazioni che hai (e sono tante: gossip e cronaca rosa a gogò) al viso che i tuoi occhi distratti stanno guardando e alla voce che le tue orecchie sbadate stanno ascoltando.
E qualche ora dopo, illuminazione delle illuminazioni, vorresti schiaffeggiarti.
Sì, perché l’uomo che hai avuto davanti (e che con una scusa qualsiasi avresti potuto conoscere senza destare sospetti) è l’ambito quarantenne di cui senti parlare da anni.
Te lo hanno descritto bello: e te lo sei immaginato dall’ovale perfetto nel viso, gli occhi verdi e i capelli castano chiari.
Te lo hanno definito interessante: e te lo sei figurato con l’espressione attenta e intelligente.
Te lo hanno raccontato in gamba nella sua professione: e lo hai pensato immerso nel lavoro da mattina a sera, con l’occhiale in pieno nerd style.
Ma poi te lo hanno qualificato anche dannato, donnaiolo, politicamente impegnato e modaiolo. Sportivo, colto e musicista. Maturo e inaffidabile. Spudorato e  responsabile.
Ma, soprattutto, impossibile.
Da raggiungere, da sfiorare, da conquistare.
E ti sei chiesta che forma ha un uomo dalle aggettivazioni infinite. 
Novello superuomo nietszschiano. 
Desiderato da tutte. Predato dalle elette.  
E, accipicchia! Uffà! Perdindirindina!
Quando avresti potuto osservarlo, studiarlo, analizzarlo, ti sei fatta scappare l’occasione…
Ma capita, raramente capita, che di occasione se ne presenta una seconda: quella che fa la donna ladra.
E allora che fai? 
Ne approfitti.
E lo contatti.
Per comprendere gli spasimi e i languori delle decine e decine di vittime che, in questi anni, ha mietuto – s’intende. 
Mero studio sociologico del fenomeno.
Sarà davvero un uomo fuori dalla portata delle donne normo-dotate?
Con lo scopo di rispondere a questi interrogativi, ti incaponisci (perché tu ostinata sei, e fiera, e orgogliosa, e non si dica che non hai compiuto la missione) e riesci a strappargli trenta dei suoi preziosissimi minuti per un caffè.
E sì: ha stile il non più ragazzo quarantenne dalla carriera affermata.
E fascino nei modi. E sa il fatto suo: lunga la sa, si vede. 
Ma, nonostante gli occhiali da sole, la gente che passa e saluta, e il cameriere che fa la battuta, ti sembra normale.
E torni a casa con la pancia piena di risate. 
Perché un paio di cose nessuna te le aveva raccontate.
Ti hanno taciuto che questo superman de noatri, appena sveglio, beve il caffè sul water (certo è da scoprire se ‘sto water sia disposto a oriente per il saluto al sole); che alle 5 del pomeriggio il nostro eroe beve caffè d’orzo (perché è probabile che anche lui soffra gli effetti della caffeina dopo una cert’ora); che, per essere tutti questi aggettivi insieme, il multitasking fa le mattinate orbe ogni santo giorno come tutti. 
Sì: come tutti.
Solo una cosa avrebbero dovuto dirti e ti hanno taciuto: che l’uomo in questione ha senso dell’ironia. 
E questo lo rende ancora più umano.
Perciò, donne, fatevi sotto: non è impossibile…
… prendere un caffè, ovviamente.
Il resto spetta alle vostre capacità.

lunedì 1 agosto 2011

Vademecum del corteggiatore

Oggigiorno chi va per negozi, non compra per soddisfare un desiderio, ma semplicemente per togliersi una voglia. Togliersi una voglia, diversamente dall’esaudire un desiderio, è soltanto un atto estemporaneo, che si spera non lasci conseguenze durevoli che potrebbero ostacolare ulteriori momenti di estasi gioiosa. Quando è pilotata dalla voglia (“in una stanza i vostri sguardi si incrociano”), la relazione tra due persone segue il modello dello shopping, è fatta per essere consumata sul posto ed essere usata una sola volta con ogni riserva. Innanzitutto e perlopiù, la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi.

Dura da accettare – per noi donne trentacinquenni cresciute a pane e cartoni della Disney – questa cruda quanto mai realistica visione che Zygmunt Bauman, uno dei più noti e influenti pensatori contemporanei al mondo, illustra.
Nel nostro immaginario collettivo rompere un tacco mentre si va al lavoro è essere una novella Cenerentola che perde una scarpa e trova un principe; mangiare una barretta Vitasnella è rievocare la dolce Biancaneve che, dopo aver mangiato la mela (dietetica!), viene risvegliata da un altro principe; fare la siesta pomeridiana è rivivere il sonno della Bella Addormentata che, nonostante i lunghi anni trascorsi, supina, a letto, si alza messimpiegata e senza ombra di occhiaie.
Ma ciò che più ci affascinava di quelle fiabe era, ovviamente, quell’«e vissero felici e contenti»: garanzia di un futuro profumato come le rose, colorato come le viole, vigoroso come le calle, sorridente come i girasoli.
Nonostante fossimo convinte di avere anche noi una Fata Madrina, pronta a soccorrerci nella conquista di un uomo con il quale instaurare una relazione forte e duratura, le mie amiche e io abbiamo fatto i conti con la realtà dei fatti.
GLI UOMINI ADORANO “FARE SHOPPING”: usare e gettare.
Perciò ci siamo resettate.
Shopaholic nel profondo, le mie amiche e io abbiamo deciso di toglierci delle voglie e chiudere a chiave il cassetto dei desideri.
Ci aspettavamo leggerezza, allegria, brio, buonumore e spensieratezza.
Ci siamo ritrovate di fronte uomini capaci di svuotare le parole-chiave alla base di una relazione (sessuale, oseremmo dire, ancor prima che affettivo-sentimentale) del loro significato: telefonata, appuntamento, orario, luogo di ritrovo.
Una confusione di significati e di obiettivi.
Prima un aggrovigliarsi di pensieri, sensazioni, parole: «Mi piaci» – ma sulla base di cosa, se neanche mi conosci? «Sei proprio una persona interessante» – come fai a saperlo se da mezz’ora parli solo tu e io non ho aperto bocca?
Poi un’approssimazione di azioni (o, peggio, di NON-AZIONI!): «Ci vediamo alle 21» – e ci si ritrova ad aspettarli fino alle 22.30. «Ti chiamo domani» – e il telefono non squilla per giorni.
Infine un’intricata rete di incomprensioni: «Io ti avevo detto che, forse, avrei…» oppure «Ma se ti dicessi che…». E giù puntini di sospensione. Non dire: non per affascinare con il mistero – questo abbiamo fatto fatica a comprenderlo – ma perché non si sa (o non si ha) cosa dire.
Da qui, l’idea (mia – non lo nego – ma le mie più care amiche approvano) di stendere un piccolo, piccolissimo vademecum per i nostri fratelli, i nostri cugini, i nostri amici più cari: perché anche loro non si ritrovino a fare la figura dei fessi dopo aver chiesto il numero di telefono a qualche moderna donzella, che si aspetta fatti concreti e poche chiacchiere.

Prima Lezione: Come ottenere di trascorrere il sabato sera con una donna.
Si dice: «So di essermi fatto vivo troppo tardi, questo weekend. E so anche che tu avrai preso degli impegni. Ma, se tu potessi fare un’eccezione e concedermi questa serata, sarei molto lieto di trascorrere del tempo con te».
P.S.: Ovviamente si chiede con una telefonata, non con uno o più sms. Le modalità di uscita (in coppia, con gli amici di lui, con gli amici di lei, in disco, a cena, al cine etc.) si scelgono insieme.

Seconda Lezione: Come salutare una donna (che non è tua amica e con la quale non hai una relazione) prima della tua partenza per le vacanze.
Situazione Ideale: invitarla per un caffè/the/aperitivo, scambiare due chiacchiere, non fare promesse, non proporre viaggi, né creare false illusioni.
Situazione Positiva: se non puoi vederla (lei è così intelligente da capire che anche tu hai i tuoi casini), chiamarla al telefono. Non è il caso di dire “mi spiace, non vederti” perché alle orecchie di una donna suona “non ho saputo/voluto trovare 5 minuti per te”. Piuttosto sottolinea (ma non troppo) che sei impegnato ma che ci tieni a sentirla.

Terza Lezione: Come non irritare una donna.
Prima situazione. Se una donna si sente dire: «Domani ti chiamo», il giorno dopo va chiamata. E non dopo le 19 (quando lei avrà già stabilito piani per le tre serate successive), ma nel pomeriggio tra le 16 e le 18. Tutto ciò per darle la sensazione (lei sa bene che non deve “farsi film”) di essere presa in considerazione. Diversamente diventerà – a buon diritto – una iena. E con ogni probabilità non rinuncerà alla serata con gli amici.
Seconda situazione. Se la conclusione della serata si prospetta a letto (e la donna sa bene che finirà così), non è il caso di fare continui riferimenti a tale conclusione: succederà. Punto e basta. Lo sai tu, lo sa lei: sentirselo ripetere diventa stucchevole.
Terza situazione. Se l’uomo è un “palazzo confuso”, deve evitare di continuare a ripetere: «Io faccio le cose che dico» perché corre il rischio (frequentissimo) di non adempiere  nessuna della parola data. Insomma, per dirla con Sciascia, veste proprio i panni di un quaquaraquà.
Segue…
Forse. 
Se gli uomini cui questi consigli sono stati destinati, avranno gradito.

venerdì 4 marzo 2011

Carnascialesche allucinazioni

Non ho voglia.
Quest’anno: proprio no.
Re Carnevale apre i festeggiamenti, le feste e i festini per le vie di questo paese, terrazzo degli Iblei.
Dovrei essere entusiasta, invece sono addirittura svogliata.
Tra le mani, però, mi capita il programma della serata… e non posso fare a meno di leggerlo.
È giovedì 11 febbraio: Tinturia sul palco e pubblico sotto gli effetti dell’alcool.
Mmmmmhhh.
La serata si fa interessante.
Ok. Ok. Ok.
Lo ammetto: è addirittura allettante.
E poi sono mesi che esco solo per il cine e il teatro: da vera radical chic woman.
Ci sta, dunque, la serata rilassante.
E, altro punto che gioca a favore: Lia è libera. Potrà fare tardi.
… E il suo fidanzato è via per lavoro.
Alea iacta est.
Il dado è tratto: si esce insieme.
Come ai vecchi tempi.
Young look: jeans e giacca sportiva.
Si lascia a casa il guardaroba da adulte e si ritorna un po’ adolescenti.
Movida melillese: arriviamo!
Albino’s Bar: sei la nostra meta!!
Il percorso, però, è accidentato.
Tra coriandoli e trombette, colorati cappellini e maschere: Lia e io veniamo bloccate, stoppate, placcate da una serie di amici che non vediamo da tempo e che insistono per offrirci da bere.
E non possiamo dire di no al nostro più caro e vecchio amico.
L’amico con cui abbiamo trascorso le ore più divertenti, ma anche i momenti più deprimenti dei nostri primi vent’anni.
Il compagno di viaggio fedele: conforto nella tribolazione,  ristoro nella fortuna.
Lui: rhum&cola!
E gluglugluglugluglu… eblublublublublublu le mille bolle… eglugluglugluglugluglugluglu…
Il mondo gira: “Ma perché non si ferma, Lia?”.
La capa gira: “Come nelle migliori tradizioni cinematografiche, amica mia!”
Ed è tutto un ridere, e tenersi strette per non cadere, l’una accanto all’altra: una sbronza metafora dell’amicizia più vera.
Intanto il nostro obiettivo originario è raggiunto: siamo appena entrate nel nostro adorato bar…
Ci guardiamo intorno, però: e qualcosa non ci convince.
Al bancone non ci sono il mitico Albino e sua moglie.
Ci guardiamo.
Stropicciamo gli occhi.
Il terrore si impossessa dei nostri visi: scoppiamo in lacrime.
Siamo in preda ad un’allucinazione.
… Albino e sua moglie hanno altri visi.
... Più giovani, con gli apparecchi ai denti, i capelli in testa.
… Vogliamo tornare alla realtà ma più ci ostiniamo più sembra che non sia possibile.
Qualcuno si avvicina e ci calma, poi chiede: “Ma non sapete che da qualche giorno il bar ha cambiato gestione?”

giovedì 28 ottobre 2010

BIO-INTERROGATIVI


Sul finire di maggio, come ogni anno da quando ne ho compiuti 28, la buca delle lettere si riempie di inviti.
Le mie amiche hanno deciso di mettere la testa a posto… si sposano.
Le indagini ISTAT diffondono dati sconcertanti sul numero di separazioni e divorzi,.
Ma loro – eroine del XXI secolo, novelle Giovanna D’Arco pronte ad arruolarsi nell’esercito delle donne che credono al matrimonio – sfidano dati e convenzioni: tutte hanno trovato la loro anima gemella.
Stanno tutte con bravi (?) ragazzi pronti a dire “sì” – quel fatidico “sì” – e “per tutta la vita”.
Io non mi perdo nessuna delle cerimonie: riti religiosi e civili, in chiesa o sulla spiaggia. 
Io ci sono sempre. 
Tutte mi chiedono una mano nei preparativi, sostegno morale nei momenti di scoramento, consigli su come rendere sempre felice il futuro marito.
Tutte dimenticano che io sono l’amica single
Quella incallita.
Pronta a tirar tardi dal lunedì alla domenica,.
Capace di frequentare più uomini contemporaneamente.
Disinibita al punto da imbarazzare anche i maschi più emancipati.
Perché chiedono proprio a me che non mi intendo di relazioni sentimentali e durature?
Le osservo e le ascolto.
Ne indago le sensazioni e i sentimenti.
Nel vortice dei mesi che precedono il giorno dei giorni, nessuna di loro ha il coraggio di esprimere i mille dubbi che le assillano.
IL PRIMO.
Come si può essere sicure di aver trovato l’anima gemella nella città in cui si è nate, da cui non ci si è mai spostate e in cui vivono solo 80 mila persone?!?!?
Chi ci assicura che la nostra anima gemella non viva dall’altra parte del mondo?
Di sicuro l’ha trovata la mia amica Stefania: «Io sono la mente – continua a ripetere – e il mio Silvio è il portafogli». 
Poesia per le mie orecchie da cinica single: cosa succederebbe se il conto in banca di Silvio dovesse subire un collasso? Varrebbe ancora la promessa “in ricchezza e in povertà”?
Io non riesco proprio a immaginare Stefania alle prese con la pulizia dei vetri o con i panni da stirare: mentre trascorre – beata lei! – le sue giornate tra corsi di yoga, massaggi zen, estetisti e parrucchieri, una baby-sitter bada ai bambini mentre due governanti le rassettano l’attico di Corso Italia…
E arriva la SECONDA PERPLESSITÀ.
Se a fatica mettiamo insieme i pezzi della nostra vita (tra ufficio, casa, palestra, hobby e amici), come faremo a comporre quello che sembra un puzzle da 500 mila pezzi con la vita del nostro futuro marito?
È un’esperta in questo campo la cara vecchia Emma. 
Splendida cerimonia sui colli toscani: luna di miele lunga una notte.
La prima delle nozze.
Al mattino un bacio frettoloso in aeroporto. 
Lei vive a Milano, Francesco – suo marito – a Londra: lavorano per la stessa multinazionale che non può perdere due pedine importanti come loro nelle sedi centrali. 
«Perciò – Emma è euforica – possiamo continuare a condurre le nostre vecchie e sicure vite: ci vediamo tutti i weekend, se non abbiamo altri impegni».
Mi sbaglio? O questo è quello che dico io agli uomini che trovo poco affascinanti?!?!
Il TERZO più che un dubbio è un TABÙ.
M-a-t-e-r-n-i-t-à.
Ventri piatti si dilatano a dismisura. 
Piedi da Cenerentola che gonfiano come mongolfiere. 
Abiti extra-large da fare invidia all’armadio della Donna Cannone. 
E un marito – quello di Viviana – che ogni sera torna a casa con un dolce tipico della città in cui ha lavorato. Claudio è un informatore scientifico che sta in giro tutto il giorno, tutti i giorni: quando è in casa le sue attenzioni convergono solo sul pancione che alimenta il suo primo figlio maschio; e Viviana si abboffa di dolci per supplire alla carenza d’affetto DEL SUO UOMO…
Ops. 
Anch’io mi strafogo di nutella quando per tre sere consecutive non esco con qualcuno.
È proprio strano che la mia vita abbia così tante cose in comune con quelle di donne felicemente maritate…
E un dubbio viene a me, non a loro: c’è vita dopo il matrimonio? E, se c’è, di quale natura?
Gli scienziati stanno cercando di scoprirlo.

lunedì 11 ottobre 2010

SICURE INCERTEZZE

Giocare a volley non è mai stato il mio forte...
Per quanto Mimì, Mila e Shiro siano stati, per l'adolescente me, eroi da emulare.
Avrei voluto “tirare come uragani e vincere tra mille campioni”, ma “in allenamento non ho mai fatto per tre”.
Anzi.
Alla battuta vedevo la rete triplicarsi in altezza e larghezza.
Alla ricezione gridavo “MIA!”, convinta che ricevere spettasse a me anche quando ero sotto rete.
Se la palla mi cadeva a cucchiaio tra le braccia, io mi spostavo.
Se restavo ferma nella mia posizione, la palla prendeva una traiettoria diversa.
Quando seguivo la palla nella giusta direzione, finivo con lo sbattere contro le mie compagne di squadra…
Tutte alte 1 metro e 80 centimetri.
Larghe quanto un paio di ante del mio armadio.
Potenti come Wonder Woman.
Delle Rocky in gonnella, ops: in mini pantaloncini, che mi “spiezzavano in due”, in tre, in quattro…
Disperato l’allenatore mi invitava ad essere più sicura.
A decidere se partecipare alle azioni o lasciarle alle mie compagne: io lasciavo tutte le volte che non avrei dovuto, e giocavo nelle azioni in cui sarebbe stato meglio defilarmi.
Mai certa sul da farsi.
Di sbagliare sempre sicura.
Niente a che vedere con la precisione delle alzate di Vermiglio.
Con la puntualità delle schiacciate di Fei.
Con il coraggio delle ricezioni di Marra.
Giocatori che non nutrono dubbi.
Uomini dalle idee chiare.
Maschi senza alcun ripensamento.
E mi chiedo se anche nella vita siano così: convinti. 
Decisi. 
INFLESSIBILI.
Proprio come gli uomini che, talvolta, mi capita di frequentare, insomma.
«Sagra del fungo, domenica pomeriggio?» chiedo. «Chissà – rispondono – oggi è solo venerdì».
Programmare non è nelle loro corde.
E già penso alle urla del mio buon vecchio allenatore: «Decisione!».
«Chucho Valdes  & Afro-Cuban Messengers il 22 novembre a Catania?» propongo. «Non saprei – li sento dire – novembre è così lontano».
Prendere impegni a lungo termine li spaventa.
E l’allenatore continua a sbraitare nelle mie orecchie: «Precisione!».
Ma la domanda che potrebbe cambiare il loro destino, stravolgere il corso delle loro vite, annientare i loro irrealizzabili sogni è…
 «Cinema, stasera?».
Qui il calcolo dei rischi e dei guadagni richiede sforzi sovrumani.
E la risposta si fa oracolare, tutta permeata della profonda ambiguità pitica:
«Vediamo».